Pensione: brutte notizie per chi ha iniziato a lavorare dopo il 1995

Scritto da Omar Cecchelani il 29 Settembre 2025 in Fisco e Tasse News

Brutte notizie per chi sta già pensando alla pensione: l’età pensionabile, soprattutto per chi ha iniziato a lavorare dopo una certa data, rischia di allontanarsi sempre di più. In pratica, se sei entrato nel mondo del lavoro da poco, la prospettiva è quella di doverci restare per molti più anni, perché il traguardo della pensione si sposta sempre più avanti.

I più penalizzati, infatti, saranno proprio i giovani lavoratori, quelli che hanno iniziato solo da qualche anno. E questo, diciamocelo, è un tema di cui sentiamo parlare da anni, ma che puntualmente peggiora. Negli anni ’80 e ’90 non era così raro smettere di lavorare intorno ai 50 anni. Oggi, uno scenario del genere è semplicemente fantascienza: i dati Inps confermano che l’età media di uscita si aggira ormai intorno ai 64 anni, e nei prossimi anni per molti arriverà a 67 a causa della famigerata legge Fornero. Una riforma criticata da tutti, ma che continua – e continuerà – a produrre effetti pesanti per chi lavora.

pensioni a rischio

E purtroppo le prospettive non sono migliori: dal 2027, per moltissimi lavoratori, il traguardo della pensione si allontanerà ancora. Nel corso dell’articolo  vedremo insieme chi saranno i più colpiti e chi rischierà di vedersi spostata la data del ritiro, proprio come accadde nel 2012, quando tutto cambiò all’improvviso. E senza nemmeno le lacrime dell’ex ministro, che anzi, proprio pochi giorni fa, ha avuto modo di ribadire quanto secondo lei quella riforma sia stata importante per il nostro Paese…

Analizzeremo poi quale sarà lo scenario futuro delle pensioni, e se anche noi, un giorno, potremo davvero permetterci di dire addio al lavoro. Perché con le nuove regole e con quello che inizierà a succedere dal 2027, la prospettiva è tutt’altro che rassicurante.

 

Pensioni: quali le prospettive?

L’età per andare in pensione si sta spostando sempre più in avanti, e chi paga il prezzo più alto sono i lavoratori più giovani. Non è casuale: diversi fattori convergono, e il risultato è che chi ha iniziato a lavorare recentemente rischia di lavorare per decenni in più rispetto alle generazioni precedenti. La vita media si allunga, ma questo non significa riposo in più: significa che gran parte di quegli anni in più va trascorsa lavorando per maturare i requisiti richiesti.

Da un lato c’è l’adeguamento automatico all’aumento della speranza di vita: ogni due anni, secondo i dati Istat, si ricalcolano i requisiti per garantire equilibrio al sistema previdenziale. Questo meccanismo, stabilito dalla legge Fornero, non può essere sospeso a lungo senza mettere a rischio i conti dell’Inps. Dall’altro lato, chi è nel sistema contributivo puro – quindi chi ha iniziato a lavorare dopo il 1° gennaio 1996 – deve anche raggiungere una soglia economica minima per ottenere la pensione di vecchiaia a 67 anni. Chi non riesce a raggiungere questa soglia rischia di slittare il pensionamento ben oltre i 70 anni.

Quindi, se sei nato tra gli anni ’80 e il 2000, la pensione si allontana sempre di più. Per chi ha iniziato da poco, ogni anno in più di vita media diventa un anno in più da lavorare. Le vecchie prospettive di uscita intorno ai 60-65 anni, come potevano esserci negli anni ’80 e ’90, oggi non sono più realistiche.

 

Perché la pensione si allontanerà sempre di più

Uno dei punti centrali della legge Fornero è proprio questo: l’età di uscita dal lavoro è legata all’aspettativa di vita. Se la speranza di vita aumenta, l’età per la pensione aumenta a sua volta. E non è un incremento simbolico: stime Istat e simulazioni Inps mostrano che ogni due anni l’età pensionabile cresce di circa due mesi, e questo significa che con il passare del tempo i giovani lavoratori si troveranno a dover lavorare sempre più a lungo.

Dopo un periodo di congelamento dovuto alla pandemia, dal 2027 gli adeguamenti riprenderanno. Le previsioni parlano di un aumento di circa tre mesi solo nel biennio 2027-2028. E anche se il governo dice di voler rinviare l’incremento, un blocco permanente non è realistico: eliminarlo costerebbe troppo e metterebbe a rischio la tenuta economica della previdenza.

Chi sarà maggiormente penalizzato? Considerando la pensione di vecchiaia fissata oggi a 67 anni con 20 anni di contributi, i più colpiti saranno i nati dagli anni ’80 in poi. Per loro, il ritiro dal lavoro non avverrà a 67 anni, ma intorno ai 69 per i nati negli anni ’80, oltre i 70 per quelli degli anni ’90, e addirittura oltre i 71 anni per chi è nato dopo il 2000. In confronto, i nati negli anni ’60 e ’70 potranno lasciare con condizioni molto più vicine a quelle attuali.

 

Il problema della soglia minima per i contributivi puri

E poi c’è l’altra trappola: la soglia minima prevista per chi è in regime contributivo puro. Chi ha iniziato dopo il 1° gennaio 1996 non ha requisiti maturati nel periodo precedente e non può andare in pensione a 67 anni solo con 20 anni di contributi. Serve che l’assegno maturato sia almeno pari al valore dell’Assegno sociale, fissato nel 2025 a 538,69 euro al mese, cioè circa 6.992,97 euro l’anno.

In pratica, un lavoratore “contributivo puro” deve avere accumulato un montante di almeno 124.677 euro in vent’anni, equivalenti a circa 6.234 euro di contributi annui. Tradotto in termini pratici: un dipendente deve avere uno stipendio medio di circa 18.900 euro lordi annui (circa 950 euro netti al mese), mentre un autonomo iscritto alla Gestione separata deve arrivare a circa 24.900 euro lordi annui (oltre 2.000 euro al mese).

Chi ha avuto carriere discontinue, contratti a termine, part-time o stipendi bassi rischia seriamente di non raggiungere questa soglia. In quel caso, l’unica alternativa è rimandare il pensionamento fino a 71 anni, e anche questa misura è soggetta agli adeguamenti con le speranze di vita. Per i nati dopo il 2000, la soglia anagrafica potrebbe spingersi addirittura fino a 75 anni.

E allora diciamolo chiaro: con queste leggi andare in pensione diventa sempre più un miraggio. Hanno costruito un sistema in cui il traguardo si sposta continuamente, in cui basta uno stipendio basso o un periodo di inattività per restare vincolati al lavoro decine di anni in più. Negli anni ’80 e ’90 si poteva pensare di smettere a 50-55 anni, oggi questa possibilità è praticamente sparita. E con le nuove regole, la prospettiva è che sempre meno persone riusciranno a godersi davvero la pensione.

   

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