A chi appartengono i soldi depositati su un conto cointestato?

Scritto da Omar Cecchelani il 13 Maggio 2025 in Consulenza Legale Fiscale Famiglia

E’ prassi comune per le coppie di sposi aprire un conto corrente cointestato… una soluzione pratica per gestire le finanze famigliari o semplicemente per avere un conto comune su cui versare e prelevare insieme, ma questa soluzione può generare dubbi e controversie in caso di separazione, divorzio o decesso di uno degli intestatari.

La risposta alla domanda iniziale quindi può sembrare scontata e per molti anni l’orientamento prevalente della giurisprudenza ha ritenuto che la giacenza fosse di proprietà in equa proporzione di tutti i cointestatari del conto corrente.

conto cointestato

Ma proprio le numerose dispute e controversie circa la titolarità delle somme depositate su tali conti hanno orientato la Cassazione a stabilire delle regole ben precise per l’attribuzione delle somme.

In questo video, approfondiremo la questione della titolarità dei soldi sul conto cointestato, analizzando la normativa, la giurisprudenza e cercando di capire se davvero o soldi possono essere considerati di proprietà di tutti gli intestatari oppure no, e quello che sto per raccontarti ti lascerà a bocca aperta e forse con qualche euro in piu nelle tue tasche.

Nel corso del video risponderemo ai seguenti interrogativi:

  • Che succede se il conto è alimentato da un solo intestatario?
  • Come si dimostra che il conto è alimentato da un solo intestatario?
  • Cosa succede in caso di decesso di un cointestatario?
  • Cosa succede in caso di separazione o divorzio?
  • Chi è il proprietario dei soldi su un conto cointestato?

 

Come funziona il conto cointestato?

Di norma, i soldi depositati su un conto cointestato si presumono appartenere a entrambi gli intestatari in parti uguali: 50% a uno e 50% all’altro, come una torta divisa a metà. Questo perché la cointestazione attribuisce a entrambi la qualità di creditori e debitori solidali dei saldi presenti sul conto. Ma attenzione: questa è solo una presunzione, mica un dogma. Le parti possono accordarsi diversamente e stabilire quote differenti. E qui inizia il bello.

Ora, cosa significa “creditori e debitori solidali”? Significa che ciascun intestatario può disporre dell’intero saldo del conto, come se fosse tutto suo: prelievi, bonifici, spese folli su Amazon… tutto concesso. Ma se ci sono debiti, come uno scoperto di conto corrente? Eh, lì la musica cambia: entrambi sono responsabili per l’intero debito. Non si scappa.

Facciamo due esempi molto concreti, così non ci si confonde.

Due fratelli ereditano un conto da 10.000 euro. Uno dei due decide, in totale autonomia, di prelevare 7.000 euro per spese personali. L’altro fratello, a quel punto, non può prendersela con la banca che ha pagato chi era legittimato a prelevare. L’unica strada rimasta è quella – tortuosa – del rimborso da parte del cointestatario che ha prelevato.

Altro caso: marito e moglie cointestatari di un conto su cui grava un mutuo. Le rate non vengono pagate, e la banca avanza un credito di 30.000 euro. Chi paga? Chiunque dei due. La banca può rivolgersi indifferentemente all’uno o all’altra per riavere indietro l’intero importo, non soltanto il 50%, perché sono entrambi obbligati in solido. Nessuna via di fuga, nessuna scusa del tipo: “Ma io non sapevo niente…”

 

Che succede se il conto è alimentato da un solo intestatario?

Ah, qui le cose si complicano – o si chiariscono, a seconda del punto di vista.

Prendiamo un classico esempio: marito e moglie, conto cointestato, ma solo il marito versa soldi (magari il suo stipendio). Oppure, una compagna apre un conto con il partner e ci versa dentro un bel risarcimento dell’assicurazione dopo un incidente. In questi casi, anche se il conto è cointestato, la proprietà del denaro resta a chi lo ha versato. L’altro è lì solo per finta, una specie di figurante.

Giuridicamente, si parla di cointestazione apparente. E chi non ha contribuito alla “provvista” – cioè non ha messo neanche un centesimo – non può avanzare pretese. A meno che non si tratti di una vera e propria donazione, formalizzata nero su bianco.

E ovviamente, chi dice: “Eh ma quei soldi sono miei perché li ho messi io!”, deve dimostrarlo. Come? Con la tracciabilità dei versamenti, gli estratti conto, i bonifici, lo stipendio accreditato, e via dicendo. Perché sì, le chiacchiere stanno a zero se non c’è una prova concreta.

Questo punto è fondamentale, soprattutto quando uno dei cointestatari muore. Se la cointestazione era solo formale, il superstite non può trattenersi il 50% del denaro. Tutta la giacenza rientra nell’eredità. Game over. Lo stesso vale in caso di separazione: se il marito dimostra di aver messo lui tutti i soldi, quei soldi sono suoi. Punto. Nessuna spartizione.

Tutto questo, tra l’altro, è pienamente confermato dalla Cassazione: ordinanza n. 1643/2024. Non un’opinione qualsiasi, insomma.

 

Come si dimostra che il conto è alimentato da un solo intestatario?

Qui serve mettere insieme le prove, come un investigatore bancario. Estratti conto, buste paga, assegni, fatture, bonifici: tutto fa brodo. Anche le testimonianze. L’importante è ricostruire il percorso del denaro e dimostrare chi ha messo cosa. Perché senza prove, anche la verità resta una mezza verità.

 

Cosa succede in caso di decesso di un cointestatario?

Lo ribadiamo: se non si riesce a dimostrare che i soldi erano solo dell’altro intestatario, la quota del defunto cade in successione. Fine. Gli eredi entrano in scena. E spesso si tratta di una scena caotica.

 

Cosa succede in caso di separazione o divorzio?

Anche in caso di separazione o divorzio vale la regola della presunzione di comproprietà. Ma se uno dei coniugi tira fuori le prove – e non solo le recriminazioni – che il conto è stato alimentato esclusivamente con i suoi redditi, può rivendicare tutto per sé. Addio 50 e 50.

 

E ora arriva il colpo di scena. Di chi sono i soldi, davvero, su un conto cointestato?

La Cassazione, con l’ordinanza n. 21963 del 2019, ha detto chiaramente: solo chi versa i soldi sul conto ha il diritto di chiederne la restituzione. Quando si versano soldi su un conto corrente, si perde la proprietà materiale del denaro: quel denaro diventa della banca. Il cliente, in cambio, ottiene un credito. Ma quel credito è di chi ha versato.

Quindi, se si vuole davvero trasferire il credito da uno all’altro, non basta cointestare il conto: serve un contratto di cessione del credito. O una donazione vera e propria. Altrimenti, ci si limita a condividere il bancomat, non la titolarità.

La cointestazione dà solo il potere operativo sul conto – prelevare, pagare, consultare – e determina una presunzione di comproprietà. Ma, ripetiamolo per l’ultima volta: è una presunzione. Si può smentire. E quando si smentisce, saltano fuori le vere proprietà.

Due fratelli con un conto: uno versa lo stipendio, l’altro non mette un euro. Se il secondo ritira tutto, non potrà essere accusato dalla banca, ma il primo potrà portarlo in tribunale. Lo stesso vale per la signora anziana che cointesta il conto con la nipote per comodità: quando muore, la nipote non ha diritto a nulla, perché non c’è stata donazione.

 

Non tutto è come sembra…

La cointestazione non equivale alla contitolarità del credito. Chi vuole davvero trasferire un credito verso la banca a un’altra persona, deve fare un atto formale. Altrimenti, si rischia di sconfinare in operazioni che – se va male – finiscono sotto il faro della magistratura per appropriazione indebita.

normalmente si finisce a litigare, Perché nella maggior parte dei casi, la prima cosa che fa il cointestatario superstite e quella di svuotare il conto, come detto in questi casi nulla potrà essere imputato alla banca, ma Questo non vuol dire però che altri eventuali eredi non possano agire contro chi si è appropriato della sua quota senza averne diritto. MA di questo ne parleremo in una prossima puntata…

   

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